
Carrara Legambiente Carrara, in una argomentata analisi ricca di tabelle, giunge a una conclusione: a suo avviso, la lezione dei dati forniti dal Comune di Carrara indica che vi sarebbe più occupazione con più filiera e chiusura delle cave (l’immagine qui sopra è stata generata dall’intelligenza artificiale) che non rispettano la normativa, definite dagli ambientalisti “fuorilegge” in quanto appunto non sarebbero nei parametri previsti dalle norme regionali.
Nell’introduzione si fa notare “che la grande maggioranza delle cave, avendo rese in blocchi inferiori a quelle prescritte dalla normativa, non dovrebbe neppure essere autorizzata”.
Si aggiunge: “Abbiamo limitato l’analisi alle sole 68 cave (su 111) sicuramente attive nell’intero periodo 2005-2023; abbiamo adottato come criteri operativi di giudizio la resa % in blocchi (calcolata in peso, anziché in volume) rispetto al materiale totale estratto (anziché sul materiale commerciabile). Va precisato che tali criteri – oltre ad essere gli unici concretamente applicabili1 – sono più ottimistici e permissivi di quelli stabiliti dal Piano Regionale Cave”.
A detta di Legambiente, “Oltre i tre quarti delle cave hanno una resa in blocchi scadente o pessima”; adottando i criteri di giudizio, “ solo una delle 68 cave è da considerarsi ottima, 11 sono buone, 34 scadenti e 22 pessime. Le 56 cave con resa scadente o pessima (sul materiale commercializzabile, quindi escluse le terre) non dovrebbero essere autorizzate: a Carrara dovrebbero dunque restare attive solo 12 cave (1 ottima e 11 buone)”.
“Merita osservare si aggiunge – che i blocchi ricavati nell’intero periodo 2005-2023 da sole 5 cave con una buona resa ammontano a 3.563.931 ton, cioè a oltre un quarto (è il 27,5%) di quelli (12.944.047 ton) ricavati dall’insieme delle altre 63 cave”. E ancora: “Da questa considerazione è possibile ricavare un’indicazione della massima importanza pratica (peraltro ovvia) per la pianificazione delle attività estrattive: converrebbe intensificare l’escavazione nelle cave con miglior resa e abbandonarla nelle altre. Infatti, intensificando di 4,63 volte l’escavazione nelle sole 5 cave con resa in blocchi superiore al 30% si potrebbe ricavare la stessa quantità di blocchi prodotta finora e chiudere le altre 63 cave. In tal modo si ridurrebbe grandemente (di 22,6 milioni di ton) la quantità di detriti prodotti e, con ciò, l’impatto ambientale”. Prosegue l’analisi: “Va sottolineato che queste indicazioni operative non sono idee farneticanti di Legambiente, ma discendono dall’applicazione del PIT-PPR (Piano di indirizzo Territoriale con valenza di Piano Paesaggistico, marzo 2015) e delle sue norme subordinate (PRC e PABE), laddove prescrivono che le cave siano individuate nei giacimenti a minor grado di fratturazione (proprio al fine di ricavare più blocchi e meno detriti)”.
Si osserva: “La prevedibile obiezione alla chiusura di gran parte delle cave di Carrara è il timore di un drastico calo occupazionale. È dunque doveroso precisare che tale preoccupazione è infondata visto che, come spiegato in seguito, essa sarebbe accompagnata dal potenziamento della filiera di lavorazione locale che, come noto, produce la massima parte dell’intera occupazione nel comparto marmo. Dal recentissimo rapporto (16 gen. 2026) dell’Istituto Studi e Ricerche – Camera Commercio, relativo alla provincia di Massa Carrara, si ricavano 4,38 occupati nella sola filiera (diretta e indiretta) per ogni occupato in cava. Ciò significa che solo il 18,6% dell’occupazione è legato all’estrazione del marmo, mentre l’81,4% deriva dalla sua filiera: per gli attuali 789 occupati in cava abbiamo così 3.454 occupati nella filiera diretta (per un totale di 4.243)”. “In sintesi, i dati dello studio più prudente (IRTA 2019) permettono di stimare che, lavorando in filiera locale il 100% dei blocchi (anziché il 40%), l’occupazione nella filiera salirebbe da 2.091 a 5.228 e quella totale sarebbe più che raddoppiata (da 2.706 a 5.843)”.
In conclusione Legambiente chiede fra l’altro al Comune di Carrara di: “concepire e amministrare il marmo come un “bene comune” della cittadinanza; a tal fine, espletare la ricognizione della capacità di assorbimento della filiera locale del marmo; dimensionare su quest’ultima le quantità di marmo estraibili; ridurre tendenzialmente a zero l’esportazione dei blocchi, favorendone la lavorazione in loco; selezionare le cave dalle quali estrarre tali quantità, privilegiando quelle con maggior resa in blocchi (minimizzando così le quantità di detriti e il danno ambientale) e chiudendo e procedendo al ripristino ambientale di tutte le altre; verificare la distribuzione spaziale di queste cave nei bacini montani e fare un’analisi strategica volta a minimizzare il loro impatto, singolo e cumulativo”. (B.C.)
(articolo modificato il 18/02/2026 alle ore 19)

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