
A Kishangarh, nel cuore desertico del Rajasthan indiano, si estende un’insolita distesa bianca di 33 ettari. Non si tratta di neve alpina, ma di un immenso accumulo industriale noto come la discarica di marmo di Kishangarh. Questo luogo, nato come deposito di scarti di lavorazione, si è trasformato in un fenomeno globale, attirando l’attenzione della stampa internazionale (oggi, 18 agosto 2026, ha pubblicato una foto il Corriere della Sera) e di migliaia di visitatori giornalieri. Perché viene chiamata “Svizzera del Rajasthan”?Il soprannome nasce da un’illusione ottica creata dai cumuli di fango di marmo essiccato (slurry). La polvere bianchissima ricopre l’intera area mimando perfettamente valli innevate e ghiacciai. L’effetto visivo è accentuato dalle piogge: l’acqua si accumula negli avvallamenti della discarica creando laghetti di un azzurro intenso e turchese. Questo forte contrasto cromatico ricorda i paesaggi montani svizzeri, spingendo influencer, registi di Bollywood e coppie in cerca di foto pre o post matrimoniali a invadere l’area.


Kishangarh è la capitale indiana della lavorazione del marmo. Le sue oltre 1.200 fabbriche lavorano blocchi grezzi provenienti da tutto il mondo, anhe da Carrara ovviamente, ma anche da Turchia, Grecia, Egitto, Vietnam e Brasile. Una parte significativa riguarda il marmo estratto localmente a Makrana (lo stesso del Taj Mahal).Tutti i residui generati dal taglio di questi marmi globali confluiscono in questa discarica.
Dietro il fascino dei selfie si nasconde un problema ambientale. Ogni giorno centinaia di camion scaricano nell’area circa 2 milioni di litri di fango industriale. Come noto, quando slurry si asciuga al sole, si trasforma anche in una polvere finissima che viene sollevata dal vento. Se inalata regolarmente e senza protezioni (come di solito fanno i turisti), può provocare nel lungo termine patologie dell’apparato respiratorio.
Non solo: il fango dei residui della lavorazione si deposita creando uno strato compatto e impermeabile che blocca la ricarica delle falde acquifere e rende i terreni agricoli sterili.
A quanto abbiamo ricostruito, in base alle leggi ambientali indiane gestite dal Central Pollution Control Board (CPCB), lo scarto di marmo si trova in una categoria particolare, classificato come rifiuto NON pericoloso (Non-Hazardous Industrial Waste). Dal punto di vista strettamente chimico, il fango di marmo è composto da carbonato di calcio e acqua. Non contenendo sostanze tossiche intrinseche acute, la legge indiana non lo inserisce tra i rifiuti tossici o pericolosi (Hazardous Wastes), ma le autorità indiane riconoscono che il volume immenso e la forma fisica (polvere fine) lo rendono dannoso per l’ecosistema e la salute.
Fra l’altro, ci sarebbero stati dei provvedimenti recenti del Tribunale Ambientale (NGT)Il National Green Tribunal (il massimo tribunale ambientale indiano), provvedimenti che avrebbero imposto nuove linee guida, di fatto spingendo il distretto industriale a trovare forme di riciclo dello slurry. Oggi questo fango non viene più considerato solo un rifiuto da buttare, ma si sta cercando di riutilizzarlo come materia prima per produrre mattoni e piastrelle ecologiche per l’edilizia; cemento e malte (sostituendo parzialmente la sabbia, la cui estrazione danneggia i fiumi); muri a secco e pannelli isolanti.
Il tema dell’utilizzo degli scarti della lavorazione del marmo quindi è globale.
Massimo Braglia

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