
Aulla Ripercorriamo, per l’importanza, la profondità e l’estrema attualità delle parole espresse, l’omelia che il vescovo Mario Vaccari ha rivolto ai giornalisti e agli operatori della comunicazione riuniti ad Aulla, nella chiesa di san Caprasio, sabato 24 gennaio in occasione della festa di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e della 60.a giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Mons. Vaccari ha inoltre ripreso i contenuti del Messaggio del papa, pubblicato in vista della 60.a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali intitolato, “Custodire voci e volti umani””. Giornalisti, ha ricordato tra l’altro, che continuano “spesso in condizioni difficili,a cercare la verità e a raccontarla”; un lavoro che significa anche “dare voce a chi non ha voce”.

Ma vediamo in dettaglio.
Il vescovo della diocesi di Massa-Carrara e Pontremoli ha detto tra l’altro: “Sono trascorsi oltre sessant’anni da quando i Padri conciliari, riuniti in San Pietro, promulgarono il decreto Inter Mirifica (4 dicembre 1963). Per la prima volta nella sua storia bimillenaria, la Chiesa dedicava un documento specifico ai mezzi di comunicazione sociale. Non si trattava di una semplice apertura tattica al mondo moderno, ma del riconoscimento profetico che questi strumenti — la stampa, il cinema, la radio, la televisione — costituivano «meravigliose invenzioni tecniche» capaci di raggiungere e influenzare non solo i singoli, ma l’intera famiglia umana. Il Concilio intuì con chiarezza che la Chiesa non poteva restare spettatrice passiva di questa rivoluzione. Doveva entrarvi con discernimento, portando il suo contributo di sapienza e di umanità. Inter Mirifica pose le fondamenta: affermò il diritto all’informazione, richiamò la responsabilità morale di chi comunica, e soprattutto istituì questa Giornata che oggi celebriamo, affinché ogni anno la comunità ecclesiale riflettesse sul rapporto tra fede e comunicazione”. E ha aggiunto fra l’altro: “Giovanni Paolo II, con la sua straordinaria capacità di utilizzare i media, ha incarnato una Chiesa che non teme il confronto con la modernità. Benedetto XVI ha illuminato le sfide dell’era digitale con la profondità del suo magistero. Francesco ci ha ricordato instancabilmente che la comunicazione autentica è sempre incontro, prossimità, tenerezza — mai mera trasmissione di contenuti”.
Il vescovo ha ben “fotografato” la situazione attuale: “Viviamo in un ecosistema comunicativo profondamente mutato. I confini tra i diversi media si sono dissolti. Una notizia nasce sul web, rimbalza sui social, viene ripresa dalla televisione, commentata alla radio, approfondita sulla carta stampata. Chi comunica oggi deve saper abitare simultaneamente tutti questi spazi, con linguaggi appropriati ma con un messaggio coerente”. Poi il riferimento al messaggio “che Papa Leone XIV ci consegna per questa 60ª Giornata: «Custodire voci e volti umani». È un richiamo potente, che giunge in un momento cruciale della storia della comunicazione. L’intelligenza artificiale sta ridisegnando il panorama comunicativo in modi che solo pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Algoritmi che selezionano i contenuti nei nostri feed, software capaci di redigere interi testi, sistemi che generano immagini e video indistinguibili dalla realtà. Sono strumenti che offrono possibilità straordinarie, ma che pongono interrogativi profondi.

Il Santo Padre ci ricorda che «le macchine non possono sostituire le capacità unicamente umane di empatia, etica e responsabilità morale». Ecco il punto: in un mondo sempre più popolato da contenuti generati artificialmente, la voce umana — con le sue imperfezioni, la sua unicità, la sua capacità di commuoversi e di commuovere — diventa un bene prezioso da custodire”. E ha sottolineato: “E questo vale in modo particolare per voi, cari giornalisti. Il vostro lavoro non è semplicemente trasmettere informazioni — cosa che un algoritmo potrebbe fare, forse, con maggiore velocità. Il vostro lavoro è incontrare le persone, ascoltare le loro storie, discernere ciò che è vero da ciò che è falso, dare voce a chi non ha voce. È un lavoro profondamente umano, che richiede cuore oltre che competenza. Papa Francesco, nel messaggio dello scorso anno, ci aveva invitato a «disarmare la comunicazione», a purificarla dall’aggressività che troppo spesso la pervade. Leone XIV prosegue su questa linea, aggiungendo un’ulteriore sfumatura: non basta evitare il male, occorre custodire attivamente il bene. Custodire le voci autentiche, i volti reali, le storie vere in un oceano di contenuti sintetici”.
E ancora: “Il ringraziamento è per il vostro servizio quotidiano. So che il giornalismo attraversa una crisi profonda: economica, di credibilità, di identità. Eppure voi continuate, spesso in condizioni difficili, a cercare la verità e a raccontarla. È un servizio prezioso per la democrazia e per l’umanità intera. La Chiesa vi è grata e vi accompagna con la sua preghiera. Sessant’anni fa i Padri conciliari guardarono con fiducia ai mezzi di comunicazione sociale. Oggi, in un contesto radicalmente mutato, siamo chiamati a rinnovare quella fiducia — non ingenua, ma consapevole. Consapevole che la comunicazione sarà davvero al servizio dell’uomo solo se sapremo custodire, in ogni messaggio che trasmettiamo, la voce e il volto di un fratello, di una sorella in umanità. Che il Signore benedica il vostro lavoro e vi accompagni sempre nella ricerca della verità e non per impossessarsene”, ha concluso il vescovo Mario Vaccari. (M.B.)

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