
Carrara Riprendiamo alcune delle frasi dell’omelia pronunciata da monsignor Guglielmo Borghetti, vescovo di Albenga-Imperia, durante la solenne concelebrazione per la festività del patrono San Ceccardo, ieri martedì 16 giugno 2026, in un Duomo di Carrara gremito. Molti i richiami ai temi del lavoro, della sicurezza, dell’equità, il tutto permeato dai valori cristiani e prendendo spunto dalle letture. “Ogni infortunio sul lavoro, ogni vita spezzata in una cava in un cantiere – ha detto fra l’altro – non è una fatalità inevitabile. Il profitto non può e non deve mai valere più della vita umana”. Innanzitutto, monsignor Borghetti, carrarese ed ex allievo del liceo classico Repetti, ha spiegato di essere emozionato per questa occasione così significativa. E ha aggiunto fra l’altro che nel “suggestivo Duomo di Sant’Andrea si avverte il respiro profondo della nostra terra, blocco su blocco è stato edificato dal sacrificio, dal genio e dal sudore dei nostri padri, cavatori, artigiani che hanno trasformato il duro marmo in preghiera -primo edificio medievale costruito interamente in marmo apuano-”. E ancora: “Contemplando queste mura e la testimonianza del nostro martire, chiediamo la grazia di una fede che sappia resistere alle intemperie del tempo, salda e incorruttibile come il marmo delle nostre Alpi Apuane”.
San Ceccardo, ha ricordato, “ha guidato la Chiesa di Luni nel IX secolo, un’epoca drammatica, segnata dalle violenze e dalle distruzioni degli invasori. La tradizione ci consegna la sua figura non all’interno di un palazzo protetto, ma sui sentieri dei nostri monti, nel cuore di quest’area estrattiva, mentre si occupava personalmente di reperire i marmi per ricostruire i luoghi di culto distrutti. Ceccardo ha abitato i luoghi della fatica. È lì che ha incontrato il martirio; è lì che ha versato il suo sangue”.
E con riferimento alle parole di San Paolo, il quale “ci ricorda che siamo “tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati”. Questa – ha sottolineato il vescovo Borghetti – è la descrizione della resilienza del popolo di Carrara, una comunità abituata da secoli alla fatica dura, che sa cosa significhi stringere i denti di fronte alle avversità, questa è la resilienza dei popoli oggi infestati del terribile virus della guerra; ricordo la testimonianza di un vescovo libanese all’ultima assemblea della conferenza episcopale italiana: semplicemente ci diceva che il suo popolo vive in uno stato di terrore psicologico continuo, non c’è un giorno ‘normale’, i bambini e i ragazzi non conoscono la ordinarietà pacifica della vita quotidiana, del gioco, della scuola… Questa resilienza oggi come sempre ha la sua sorgente nella roccia di Dio! Dio è la roccia del mio cuore perchè ”il Signore è una roccia eterna” (Isaia 26,4). Senza la ri-centrazione su Dio la civiltà fatica a sostenersi e vive il dramma dell’umanesimo ateo”.

San Paolo, ha osservato ancora monsignor Borghetti, sostiene che “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta”. E quindi, ha proseguito, “Questa immagine della creta oggi ci impone una riflessione profonda e ineludibile sui temi del lavoro e della sicurezza, sui temi della cura e della custodia dell’altro. Il corpo di ogni lavoratore che sale sulle nostre cave o fatica nei laboratori e nelle officine, il corpo di ogni uomo e donna, bambino, malato, anziano, è quel vaso di creta prezioso. Custodisce il tesoro sacro della vita, l’affetto di una famiglia, il futuro di una comunità. Se la vita è un vaso così fragile, noi abbiamo il dovere etico e cristiano assoluto di proteggerlo, dal concepimento all’ultimo respiro. Ogni infortunio sul lavoro, ogni vita spezzata in una cava o in un cantiere, non è una fatalità inevitabile: è una ferita inferta al corpo stesso di Cristo e della nostra società. Il profitto non può, e non deve mai, valere più della vita umana. A ricordarcelo con forza è la recente Enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, che rimette al centro la persona davanti a ogni spinta di efficienza o guadagno ceco: la tecnologia e il progresso economico devono servire la vita, non asservirla. Proteggere l’uomo oggi significa custodire quella “magnifica umanità” che nessuna logica di mercato o algoritmo può sacrificare sul proprio altare”.
Nel vangelo, ha aggiunto, “Gesù parla del mercenario e del Buon Pastore. Il mercenario è colui che calcola solo l’interesse personale. Quando vede arrivare il lupo – la difficoltà, il pericolo, il rischio – scappa e abbandona le pecore, perché non gli importa di loro. Il mercenario, nel mondo di oggi, è chi specula sulla pelle degli altri, chi risparmia sui dispositivi di protezione, chi impone ritmi insostenibili a scapito della lucidità e della sicurezza – vedi il terribile fenomeno del caporalato-, chi volta lo sguardo dall’altra parte pur di massimizzare il guadagno, chi sfrutta il commercio delle armi per far fiorire i capitali. Questo individualismo esasperato sfascia le comunità ed insulta la dignità umana, per noi credenti è sfregio al Volto di Cristo”.
“San Ceccardo – ha aggiunto – ha scelto di essere pastore sul modello di Gesù: è rimasto con il suo popolo mentre tutto crollava. Oggi, agire con lo spirito del Buon Pastore significa che chi ha la responsabilità della salute, dell’insegnamento, della amministrazione della cosa pubblica, della gestione delle imprese e del territorio deve spendersi in prima persona affinché la legalità e l’attenzione reciproca diventino la prima forma di custodia dell’altro. Custodire il fratello significa garantire che ad ognuno la custodia della dignità e sacralità della vita”.
Ha ricordato ancora che “La tradizione ci dice che San Ceccardo è morto cercando le pietre per riedificare i templi di Dio. Ma il vero tempio che egli voleva ricostruire, e che noi oggi siamo chiamati a edificare, non è fatto solo di marmo, ma di pietre vive: è la comunità degli uomini. Siamo chiamati, come lui, a salire idealmente sui nostri monti non solo per estrarre l’oro bianco che rende Carrara famosa nel mondo, ma per estrarre dalle nostre anime le pietre preziose dell’amore fraterno, del perdono, della giustizia sociale, della solidarietà e della dignità del lavoro. Facciamo in modo che il nostro marmo sia sempre e solo simbolo di bellezza, di arte e di civiltà. Chiediamo, per intercessione di San Ceccardo Vescovo e Martire, la grazia di essere una comunità unita, che rifiuta la logica del mercenario e sceglie la logica del buon pastore, la via della cura del fratello, chiediamo d’essere una Chiesa e una città dove nessuno sia lasciato indietro e dove la fede si traduca, ogni giorno, in gesti concreti di fraternità, di rispetto e di custodia della vita. San Ceccardo, prega per noi, proteggi la nostra città e custodisci tutti noi”, ha concluso.
Come detto, una concelebrazione molto partecipata, presente anche il vescovo della nostra diocesi Mario Vaccari. Nei saluti prima della benedizione e dell’omaggio alla statua che ritrae San Ceccardo, don Piero Albanesi, parroco del Duomo e dell’unità pastorale di Carrara, ha invitato la poetessa Tonina Tessa ha leggere una poesia in dialetto dedicata a “San Zicard”, davvero intensa.
Massimo Braglia

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