Nicola Orlandi

«Non ci ha insegnato soltanto a usare un computer. Ci ha restituito la serenità». “Questa frase, pronunciata da una cittadina di 84 anni, racchiude forse meglio di qualsiasi statistica il significato di un’esperienza che noi cittadini degli 11 Comuni nei quali Nicola Orlandi è o è stato facilitatore digitale sentiamo il dovere di portare all’attenzione pubblica”. A scriverlo, quindi, i cittadini degli 11 Comuni nei quali Nicola Orlandi è o è stato facilitatore digitale, in una lettera pubblica aperta alle istituzioni nazionali e locali, alle associazioni, agli organi di informazione e a tutti i cittadini. Prosegue la nota: “Ci rivolgiamo alle istituzioni nazionali e locali, alle amministrazioni, alle associazioni, agli organi di informazione e a tutti coloro che credono in una società capace di coniugare innovazione, solidarietà e rispetto della dignità umana. Lo facciamo perché riteniamo che una storia di servizio alla comunità non debba essere dimenticata, soprattutto quando le testimonianze di tante persone richiamano l’attenzione su un bisogno che continua a esistere: quello di non essere lasciati soli davanti alle difficoltà della trasformazione digitale”.

E proseguono: “Non scriviamo per chiedere privilegi personali. Non intendiamo trasformare un’esperienza professionale in una celebrazione fine a se stessa. Scriviamo perché crediamo che i risultati raggiunti, le testimonianze raccolte e l’impegno umano dimostrato meritino di essere ascoltati, valutati e, laddove possibile, valorizzati nell’interesse di tutti. Dietro questa esperienza ci sono oltre 5.500 cittadini aiutati e quasi 15.000 pratiche concluse. Ma ci sono soprattutto persone, famiglie, anziani, pensionati e cittadini che, grazie a un accompagnamento paziente e concreto, hanno potuto affrontare difficoltà che altrimenti avrebbero rischiato di trasformarsi in ostacoli insormontabili”.

E ancora: “E c’è un elemento che, per molti di noi, rende questa esperienza ancora più significativa: la disponibilità di Nicola ad andare spesso oltre il tempo previsto, anche attraverso attività svolte in regime di volontariato, per cercare di rispondere alle numerose richieste e impedire che la scarsità delle ore disponibili si traducesse in cittadini lasciati senza un’assistenza adeguata. È questo il valore umano che desideriamo mettere in evidenza”.

QUANDO DIETRO UNA PRATICA C’È UNA PERSONA
Nell’era dei servizi online, chi possiede dimestichezza con computer, smartphone e piattaforme digitali può considerare ordinaria la prenotazione di una visita, il recupero di un documento o l’accesso a un servizio della Pubblica Amministrazione.

Per molte altre persone, invece, anche una procedura apparentemente semplice può generare ansia, incertezza e paura di sbagliare.

Ci sono anziani che temono di essere giudicati perché non conoscono gli strumenti informatici. Ci sono persone che vivono sole e non vogliono essere costrette a chiedere continuamente aiuto ai figli o ai familiari. Ci sono cittadini che, pur desiderando essere autonomi, non hanno mai avuto l’opportunità di imparare.

In queste situazioni, la facilitazione digitale non è soltanto un servizio tecnico. È una forma concreta di inclusione sociale.

Significa accogliere chi chiede aiuto senza farlo sentire inadeguato. Significa spiegare una procedura anche più volte, rispettando i tempi di chi apprende. Significa comprendere che dietro una difficoltà informatica può esserci una persona che sta cercando di conservare la propria indipendenza.

È in questo contesto che il lavoro di Nicola Orlandi ha assunto, per tanti cittadini, un significato che va oltre il singolo adempimento.

MARIA, 84 ANNI: «MI HA RESTITUITO LA SERENITÀ»
Tra le testimonianze raccolte, quella di Maria, 84 anni, esprime con particolare chiarezza il valore umano dell’accompagnamento ricevuto.

«Quando sono entrata per la prima volta nel suo ufficio avevo quasi vergogna. Pensavo che mi avrebbe detto che certe cose ormai dovrebbero saperle fare tutti. Invece mi ha sorriso e mi ha detto di sedermi. Da quel giorno non mi sono mai sentita giudicata. Ho capito che non c’era nulla di cui vergognarsi. Oggi riesco a fare da sola cose che fino a poco tempo fa sembravano impossibili. Non mi ha insegnato soltanto a usare un computer. Mi ha restituito la serenità».

GIOVANNI, PENSIONATO: «È IL TEMPO CHE MI HA DEDICATO»
Giovanni, pensionato, ricorda un aspetto che troppo spesso rischia di essere trascurato quando si parla di efficienza dei servizi.

«La cosa che ricordo di più non è il problema che mi ha risolto. È il tempo che mi ha dedicato. Oggi sembra che tutti abbiano fretta. Lui no. Finché non capivi, ricominciava da capo. E ogni volta ti faceva sentire importante. Credo che sia questo il motivo per cui tante persone gli vogliono bene».

In queste parole ritroviamo uno degli aspetti più significativi dell’esperienza: la disponibilità ad ascoltare e a non considerare la difficoltà di una persona come una perdita di tempo.

ANNA: «MIO PADRE RICORDAVA SEMPRE IL SUO NOME»
C’è poi la testimonianza di Anna, che ha assistito il padre malato negli ultimi anni della sua vita.

«Quando sento parlare di amore per l’Italia, penso a persone come Nicola. Non perché facciano gesti clamorosi, ma perché scelgono ogni giorno di non voltarsi dall’altra parte. Mio padre non ricordava quasi più nulla negli ultimi tempi, ma ricordava sempre il suo nome. E questo, per me, vale più di qualsiasi medaglia».

Sono parole che toccano una dimensione particolarmente delicata: quella del rapporto umano che può nascere anche all’interno di un servizio pubblico o di un’attività di assistenza.

ROBERTO: «IL PATRIOTTISMO È FARE QUALCOSA PER CHI TI VIVE ACCANTO»
Roberto, ex insegnante, offre una riflessione sul significato del servizio alla comunità.

«Per me il patriottismo non consiste nel dire quanto si ama il proprio Paese, ma nel fare qualcosa perché chi ti vive accanto possa stare un po’ meglio. Nicola questo lo ha fatto ogni giorno, senza mai chiedere nulla in cambio. È il genere di persona che ti ricorda che l’Italia è ancora capace di esprimere il meglio di sé».

Al di là delle convinzioni personali di ciascuno, il messaggio è universale: una comunità cresce quando le competenze vengono messe a disposizione degli altri e quando chi attraversa un momento di difficoltà può trovare un punto di riferimento.

Scrivono ancora: “Per questo crediamo che il valore umano di Nicola Orlandi debba essere raccontato insieme ai risultati della sua attività: non per sottrarlo a ogni valutazione, ma per rappresentare nella sua completezza un’esperienza che i cittadini ritengono significativa”.

OLTRE L’ORARIO PREVISTO: IL SIGNIFICATO DI UNA DISPONIBILITÀ CHE NON SI FERMA ALL’OROLOGIO
C’è un aspetto che desideriamo sottolineare con particolare attenzione.

Le testimonianze raccolte non descrivono soltanto problemi risolti. Raccontano anche il tempo dedicato, la pazienza, la disponibilità a ricominciare da capo e l’attenzione riservata a chi incontrava maggiori difficoltà.

Nel corso dell’attività, Nicola Orlandi si è spesso impegnato oltre l’orario previsto, anche attraverso prestazioni in regime di volontariato, per cercare di far fronte al numero delle richieste e offrire assistenza a quante più persone possibile.

Questo elemento assume un significato particolare quando si considera che, per alcuni cittadini, non riuscire a ottenere assistenza non equivale semplicemente a dover rimandare una comodità.

Può significare non riuscire a completare una procedura, non sapere come accedere a un servizio o dover dipendere ancora una volta da qualcun altro per un’operazione che si vorrebbe imparare a svolgere autonomamente.

Non sosteniamo che ogni difficoltà sia stata necessariamente superata o che tutte le richieste abbiano potuto trovare risposta. Proprio per questo riteniamo importante che le istituzioni prendano in considerazione il rapporto tra la domanda effettiva di assistenza, le ore disponibili e le risorse destinate alla facilitazione digitale.

Ma una cosa vogliamo dirla con chiarezza: quando un operatore sente la responsabilità di dedicare tempo ulteriore per cercare di non lasciare indietro le persone, questa disponibilità merita di essere riconosciuta per ciò che rappresenta.

Non soltanto impegno lavorativo, ma senso di responsabilità verso la comunità.

Non soltanto competenza tecnica, ma attenzione verso chi rischia di rimanere escluso.

Non soltanto la volontà di concludere una pratica, ma quella di aiutare una persona a sentirsi meno sola.

Un servizio alla persona si riconosce anche da questo: dalla capacità di vedere un cittadino là dove altri potrebbero vedere soltanto una richiesta da evadere.

CARLA: «CI HA RICORDATO CHE IL BENE ESISTE DAVVERO»
Carla, pensionata, restituisce con le sue parole il senso complessivo di molte delle testimonianze raccolte.

«Ci sono persone che passano nella nostra vita e risolvono un problema. Poi ce ne sono altre che ci fanno sentire migliori, più sicuri, meno soli. Nicola appartiene a queste ultime. Se oggi tanti di noi sentono il bisogno di raccontare la sua storia non è perché gli dobbiamo un favore. È perché ci ha ricordato che il bene esiste davvero e che ognuno, nel proprio piccolo, può fare qualcosa per il Paese in cui vive».

È importante sottolineare questo passaggio: le persone che raccontano la propria esperienza non chiedono che la loro gratitudine venga trasformata in un privilegio.

Chiedono che ciò che hanno vissuto venga ascoltato.

Chiedono che un’esperienza maturata sul campo possa essere esaminata con attenzione.

Chiedono che le difficoltà incontrate dai cittadini non vengano considerate marginali soltanto perché riguardano persone che, talvolta, hanno meno voce per farle conoscere.

Le testimonianze sono quindi molto più di una raccolta di ricordi personali. Sono una sollecitazione a riflettere sul modo in cui la trasformazione digitale viene accompagnata nei territori.

UN’ESPERIENZA CHE HA SUPERATO I CONFINI DI UN SINGOLO COMUNE
L’attività di Nicola Orlandi si è sviluppata in diversi territori, coinvolgendo cittadini con necessità differenti. Nel tempo, all’attività di facilitazione digitale si sono affiancati un libro dedicato all’alfabetizzazione informatica, programmi radiofonici e televisivi, incontri pubblici, percorsi di educazione digitale e il progetto Link Start.

A questo percorso si aggiunge la Benedizione Apostolica concessa da Papa Leone XIV, un riconoscimento simbolico accolto da chi segue questa vicenda come segno di attenzione verso un impegno rivolto al bene comune.

Ma, al di là dei riconoscimenti, il dato che ci interessa maggiormente è la possibilità di trasformare le competenze acquisite e le esperienze maturate in un patrimonio utile alla collettività.

La facilitazione digitale non dovrebbe dipendere esclusivamente dall’iniziativa di singole persone, per quanto motivate. Ha bisogno di organizzazione, continuità, formazione e di una capacità istituzionale di riconoscere i bisogni che emergono sul territorio.

Il valore di un’esperienza non consiste soltanto nella sua storia passata. Consiste anche in ciò che può insegnare per migliorare i servizi futuri.

LERICI E SAN TERENZO: DIECI GIORNI DI ANTICIPO PER IL TUTTO ESAURITO
A tre mesi dalla conclusione dell’incarico in Val di Magra, una nuova iniziativa ha riportato Nicola Orlandi al centro delle attività di alfabetizzazione digitale nel territorio spezzino.

L’Associazione ARCA di Lerici gli ha affidato un corso rivolto ai cittadini di Lerici e San Terenzo. Le richieste di partecipazione sono state così numerose che i posti disponibili si sono esauriti con dieci giorni di anticipo.

È un segnale che merita attenzione.

Il tutto esaurito non basta, da solo, a quantificare il bisogno complessivo della popolazione. Mostra tuttavia che esiste un interesse concreto verso occasioni di formazione che aiutino le persone a utilizzare gli strumenti digitali con maggiore sicurezza.

E ci spinge a porre una domanda: quante altre persone potrebbero aver bisogno di un percorso simile, ma non trovare un posto disponibile o un servizio accessibile?

La possibile conclusione dell’esperienza in Val di Magra e le nuove iniziative avviate nel territorio spezzino rendono ancora più importante una riflessione sulla continuità dei servizi, sulla disponibilità di personale e sulla possibilità di valorizzare le competenze maturate.

Non si tratta di affermare che una sola persona possa risolvere ogni problema. Si tratta di evitare che esperienze utili vengano disperse senza averne prima valutato i risultati e le potenzialità.

LE TESTIMONIANZE SONO ARRIVATE AL DIPARTIMENTO PER LA TRASFORMAZIONE DIGITALE E AL QUIRINALE
Numerose testimonianze di cittadini che hanno conosciuto direttamente l’attività di Nicola Orlandi sono state trasmesse al Dipartimento per la Trasformazione Digitale e al Quirinale.

Come cittadini degli 11 Comuni, riteniamo importante che queste voci possano contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’inclusione digitale.

Le testimonianze possono aiutare a individuare le difficoltà più frequenti, a comprendere quali forme di accompagnamento siano state apprezzate e a valutare quali modelli possano essere adattati ad altri contesti.

Per questo sosteniamo l’iniziativa di Giuseppina D’Errico, cittadina di Follo, che intende continuare a richiamare l’attenzione delle autorità centrali e locali attraverso nuove comunicazioni e iniziative rivolte alle istituzioni competenti.

L’obiettivo è chiedere attenzione, non ottenere scorciatoie; promuovere una valutazione, non sostituirsi alle decisioni amministrative; far emergere un bisogno sociale, non trasformare la vicenda in una contrapposizione personale.

La questione non è soltanto il futuro di un incarico individuale. È il futuro delle persone che hanno bisogno di essere accompagnate per poter utilizzare i servizi digitali.

Ed eccoci alle richieste alle istituzioni
Con questa lettera chiediamo alle istituzioni competenti di prendere in considerazione alcune questioni concrete.

  1. Garantire percorsi di facilitazione digitale accessibili e continuativi.

La necessità di assistenza non scompare con la conclusione di un progetto o di un incarico. Occorre valutare come assicurare punti di riferimento adeguati, soprattutto per le persone maggiormente esposte al rischio di esclusione digitale.

  1. Valutare i risultati e le testimonianze dell’esperienza maturata.

I numeri, le pratiche concluse, le richieste ricevute e le testimonianze dei cittadini possono concorrere a una valutazione complessiva dell’attività svolta e delle opportunità di miglioramento.

  1. Considerare il rapporto tra richieste e ore disponibili.

Quando la domanda supera il tempo previsto per l’assistenza, occorre interrogarsi sulle risorse e sull’organizzazione del servizio. La disponibilità personale e il volontariato possono testimoniare un forte senso civico, ma non dovrebbero sostituire strutturalmente una programmazione adeguata.

  1. Valorizzare le competenze e i metodi che favoriscono l’autonomia.

Ascolto, pazienza, spiegazioni personalizzate e accompagnamento pratico sono aspetti che meritano di essere esaminati per individuare le modalità più efficaci di sostegno ai cittadini.

  1. Dare continuità alla formazione e ampliare le opportunità di partecipazione.

Il tutto esaurito del corso di Lerici e San Terenzo invita a valutare se sia possibile offrire ulteriori occasioni formative a chi desidera imparare.

Sono richieste ragionevoli, che affidiamo alle autorità competenti nel rispetto delle loro responsabilità e delle procedure previste. Chiediamo che vengano esaminate alla luce dell’interesse pubblico e del diritto di ogni persona a poter accedere ai servizi senza essere penalizzata dalla mancanza di competenze digitali.

UNDICI COMUNI, UNA SOLA VOCE: NESSUNO DEVE RIMANERE INDIETRO
Questa lettera nasce dalla volontà di dare voce ai cittadini di undici Comuni nei quali Nicola Orlandi è o è stato facilitatore digitale.

Undici comunità, tante storie personali, esperienze differenti e un principio condiviso: l’innovazione deve essere accompagnata da strumenti che permettano alle persone di partecipare pienamente alla vita sociale.

Non chiediamo di fermare il cambiamento tecnologico. Chiediamo di accompagnarlo.

Non chiediamo che ogni difficoltà venga risolta dalla buona volontà di un singolo. Chiediamo servizi organizzati in modo da rispondere ai bisogni reali.

Non chiediamo che le testimonianze sostituiscano una valutazione oggettiva. Chiediamo che siano ascoltate insieme ai dati, ai risultati e alle condizioni concrete in cui il servizio è stato svolto.

E soprattutto non chiediamo che venga riconosciuto soltanto il valore di una persona. Chiediamo che venga riconosciuto il valore sociale di un’attività che, attraverso l’impegno di chi l’ha svolta e l’esperienza di chi ne ha beneficiato, pone una questione che riguarda tutti.

Perché quando un cittadino anziano impara a svolgere autonomamente una procedura, non conquista soltanto una competenza informatica: conquista una possibilità in più di vivere con indipendenza.

Quando una persona può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, ritrova fiducia.

Quando qualcuno le dedica il tempo necessario per comprendere, l’innovazione smette di essere una barriera e diventa un’opportunità.

E quando un operatore sceglie di dedicare tempo ulteriore, anche oltre l’orario previsto e in regime di volontariato, per cercare di rispondere alle richieste che si accumulano, quell’impegno ci ricorda che dietro ogni servizio devono esserci responsabilità, sensibilità e attenzione umana.

Ma proprio perché crediamo in questi valori, desideriamo che non rimangano affidati soltanto alla disponibilità dei singoli. Vogliamo che diventino parte di una risposta organizzata, accessibile e duratura.

Per questo chiediamo alle istituzioni di ascoltare le testimonianze, valutare l’esperienza e considerare ogni soluzione utile a preservare e sviluppare percorsi di facilitazione digitale.

Invitiamo i cittadini che hanno vissuto direttamente queste esperienze a condividere, con rispetto della privacy e autenticità, le proprie testimonianze. Ogni racconto può contribuire a rendere visibile una difficoltà che spesso rimane nascosta e a far comprendere perché questi servizi siano importanti.

La nostra non vuole essere una richiesta dettata soltanto dalla gratitudine. È un appello di interesse sociale, affinché le persone che incontrano maggiori difficoltà non siano costrette ad affrontare da sole una trasformazione che coinvolge ormai ogni aspetto della vita quotidiana.

La vera innovazione non si misura soltanto da quanti servizi vengono trasferiti online, ma da quante persone riescono realmente ad accedervi.

Una società moderna non è quella che obbliga tutti a correre allo stesso ritmo. È quella che sa accompagnare chi ha bisogno di più tempo, senza privarlo della propria dignità.

Noi cittadini degli 11 Comuni scegliamo di far sentire insieme la nostra voce perché crediamo che il bene prodotto da un’esperienza concreta debba essere ascoltato, valutato e, quando possibile, trasformato in un’opportunità per molti altri.

Chiediamo alle istituzioni di non lasciare cadere questo appello.

Chiediamo che il bisogno di facilitazione digitale continui a essere riconosciuto e affrontato.

Chiediamo che il lavoro svolto, le competenze maturate e le testimonianze dei cittadini siano considerati parte di una riflessione seria sul futuro dell’inclusione digitale.

Perché nessuno dovrebbe provare vergogna per ciò che non ha avuto occasione di imparare.

Perché nessuno dovrebbe rinunciare a un servizio per paura di sbagliare.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi solo davanti a una procedura che non riesce a comprendere.

E perché nessuno, proprio nessuno, dovrebbe essere lasciato indietro soltanto perché il mondo intorno a lui è diventato digitale.

Con fiducia nelle istituzioni, rispetto per le responsabilità di ciascuno e la convinzione che ascoltare i cittadini sia il primo passo per costruire risposte migliori.

Firmato, come detto, i cittadini degli 11 Comuni nei quali Nicola Orlandi è o è stato facilitatore digitale


2 risposte a “Lettera pubblica-appello dei cittadini di undici comuni alle Istituzioni per il facilitatore digitale Nicola Orlandi: oltre 5.500 cittadini aiutati e quasi 15.000 pratiche concluse. Così, raccontano, la facilitazione digitale diventa un servizio alla persona”

  1. Avatar Giuseppina D'Errico
    Giuseppina D’Errico

    Sig Nicola Orlandi deve Essere considerato dalle Istituzioni x la Sua volontà che ci mette
    a insegnarci tutto quello che ci serve per non lasciare nessuno indietro .
    È ora che qualcuno ci tenga un po in considerazione dalle istituzioni che non importa nulla di noi con età avanzata .Solo Nicola Orlandi ci tiene considerati grazie.

  2. Avatar Nicola Orlandi

    Ci sono parole che arrivano al cuore e che, più di qualsiasi riconoscimento ufficiale, restituiscono il senso di ciò che abbiamo cercato di fare ogni giorno. Leggere questa lettera, sapere che tanti cittadini hanno sentito il bisogno di unirsi, di mettere la propria voce accanto alla mia e di dedicare tempo ed energie a questa iniziativa spontanea mi emoziona profondamente.

    A tutti voi, a chi ha scritto, a chi si è impegnato, a chi ha raccontato la propria esperienza e a chi, anche con un semplice gesto, ha voluto esserci, rivolgo il mio grazie più sincero. Un grazie che non è una formalità, ma il sentimento di una persona che riconosce il valore umano di ciò che state facendo.

    Non considero questa mobilitazione un merito personale da esibire, né una medaglia da appendere al petto. La considero una testimonianza di fiducia, un gesto di solidarietà e, soprattutto, un richiamo importante alla responsabilità delle istituzioni verso i cittadini, specialmente verso quelli che rischiano di sentirsi soli, fragili o dimenticati.

    Dietro le oltre 5.500 persone aiutate e le quasi 15.000 pratiche concluse non ho mai visto soltanto numeri, procedure o adempimenti. Ho visto volti, storie, preoccupazioni, famiglie, anziani che chiedevano di essere accompagnati, persone che avevano bisogno non soltanto di una spiegazione tecnica, ma anche della serenità di sapere che qualcuno era disposto ad ascoltarle senza giudicarle.

    Ho sempre creduto che il vero significato del mio lavoro fosse proprio questo: non limitarmi a risolvere una pratica, ma aiutare una persona a ritrovare fiducia nelle proprie capacità e nella comunità di cui fa parte.

    È questo, per me, il senso più autentico del lavoro a beneficio pubblico. Il lavoro non è soltanto un incarico, un orario, una mansione o un risultato da registrare. È anche responsabilità, competenza, coscienza e rispetto per chi si affida al nostro operato. Quando si lavora per la collettività, non si ha davanti un numero o una pratica da sbrigare: si ha davanti una persona, con la sua dignità, i suoi diritti e la sua storia.

    Sono valori che trovano nella nostra Costituzione un riferimento fondamentale. L’articolo 2 ci richiama ai doveri inderogabili di solidarietà; l’articolo 3 ci affida il compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’uguaglianza sostanziale e il pieno sviluppo della persona; l’articolo 4 riconosce il valore sociale del lavoro. Sono principi che non dovrebbero restare parole scritte sulla carta, ma diventare comportamenti concreti, scelte amministrative e opportunità reali per tutti.

    Anche la facilitazione digitale, in fondo, significa questo: fare in modo che il progresso non diventi una nuova barriera, che l’innovazione non lasci indietro chi ha avuto meno occasioni per imparare e che nessuno debba provare vergogna per una difficoltà. La tecnologia deve essere al servizio delle persone, non le persone al servizio della tecnologia.

    In questi anni ho cercato di dare il meglio di me, anche dedicando tempo oltre quello previsto e mettendomi a disposizione, quando possibile, in forma volontaria. Non lo dico per attribuirmi particolari meriti, né perché ritenga che la buona volontà individuale possa sostituire un’organizzazione adeguata dei servizi pubblici. Al contrario, credo che il volontariato sia un’espressione preziosa di cittadinanza attiva, ma che un servizio necessario alla comunità debba poter contare anche su risorse, continuità e attenzione istituzionale.

    Nessuno dovrebbe essere costretto a confidare soltanto nella disponibilità personale di qualcuno per esercitare un proprio diritto. E nessun lavoratore dovrebbe sentire di dover scegliere tra il rispetto dei propri limiti e la coscienza di lasciare una persona in difficoltà. È responsabilità delle istituzioni costruire servizi capaci di rispondere ai bisogni reali, valorizzando le competenze e le esperienze maturate sul campo.

    Per questo il vostro appello mi tocca così profondamente: perché non parla soltanto di me, ma di un bisogno collettivo che merita ascolto, rispetto e risposte concrete.

    Vorrei però che questa occasione fosse anche un momento per ricordare qualcosa che considero essenziale nella vita di ogni comunità: il valore dell’amicizia vera, della lealtà e della capacità di continuare a voler bene anche quando non tutto va come vorremmo.

    Nella vita si possono attraversare incomprensioni, silenzi, distanze. Può accadere che persone alle quali abbiamo voluto bene, con le quali abbiamo condiviso esperienze, lavoro e momenti importanti, a un certo punto si allontanino o smettano di parlarci. Sono situazioni che possono fare male, soprattutto quando non si comprende fino in fondo il perché.

    Eppure, credo che la dignità di una persona si misuri anche dalla capacità di non trasformare il dolore in rancore, il silenzio in ostilità e le divergenze in muri invalicabili. Non sempre possiamo ricomporre ogni rapporto, né possiamo pretendere che gli altri facciano i nostri stessi passi. Possiamo però scegliere di non chiudere il cuore, di non cancellare il bene vissuto e di lasciare aperta, con discrezione e rispetto, la possibilità di un dialogo futuro.

    L’amicizia autentica non è soltanto esserci quando tutto è facile, quando si è d’accordo o quando conviene. È riconoscere il valore dell’altro anche nelle difficoltà, rispettarne i tempi, non pretendere nulla in cambio e non confondere una distanza momentanea con la negazione di tutto ciò che è stato condiviso.

    Lo dico senza voler lanciare messaggi a qualcuno in particolare e senza alcun desiderio di alimentare polemiche. Lo dico perché credo che una società più giusta abbia bisogno non soltanto di servizi efficienti, ma anche di persone capaci di comprensione, rispetto, riconciliazione e solidarietà. Non possiamo invocare comunità più unite se poi, nelle nostre relazioni quotidiane, rinunciamo troppo facilmente ad ascoltarci.

    Il bene fatto non deve diventare uno strumento per chiedere riconoscenza. E la riconoscenza ricevuta non deve trasformarsi in un motivo di superiorità. Il bene ha valore quando è libero, quando non umilia chi lo riceve e quando non viene usato per dividere le persone in amici e nemici.

    A voi cittadini che avete scelto spontaneamente di far sentire la vostra voce dico, dunque, grazie. Mi avete ricordato che il lavoro svolto con coscienza non passa necessariamente inosservato e che, anche in tempi nei quali sembra prevalere l’indifferenza, esistono persone disposte a esporsi, a impegnarsi e a spendere una parte del proprio tempo per una causa che ritengono giusta.

    Il vostro gesto rappresenta per me un incoraggiamento, ma anche un impegno ulteriore: continuare a credere nell’utilità sociale delle competenze, nella forza dell’educazione, nell’inclusione digitale e nella possibilità di costruire relazioni umane autentiche attraverso il servizio alla comunità.

    Alle istituzioni rivolgo, con rispetto, l’auspicio che queste testimonianze siano ascoltate con attenzione e valutate con serietà, senza privilegi e senza scorciatoie, ma con la consapevolezza che dietro ogni esperienza professionale significativa possono esserci competenze da valorizzare e bisogni sociali da non trascurare.

    Non chiedo che si riconosca il valore di una persona soltanto attraverso le parole di chi le è grato. Chiedo che si guardi al lavoro svolto, ai risultati, alle esperienze maturate e, soprattutto, alle necessità dei cittadini che ancora oggi incontrano difficoltà nell’accesso ai servizi.

    Se questa vicenda potrà contribuire a rendere la facilitazione digitale più accessibile, più continua e più attenta alle persone, allora avrà già prodotto qualcosa di importante.

    A me piacerebbe che, al di là di ogni incarico, di ogni riconoscimento e di ogni divergenza, rimanesse questo: la consapevolezza che il nostro passaggio nella vita degli altri può lasciare qualcosa di buono. A volte un insegnamento, a volte una mano tesa, a volte semplicemente il ricordo di essere stati ascoltati e trattati con rispetto.

    È questo il patrimonio che considero più prezioso.

    Perché il lavoro pubblico, quando è vissuto come servizio, non appartiene soltanto a chi lo svolge: appartiene alla comunità che ne beneficia. E perché una comunità è davvero forte non quando nessuno ha bisogno di aiuto, ma quando nessuno viene lasciato solo nel momento in cui ne ha bisogno.

    Grazie, dunque, a tutti voi. Grazie per l’impegno, per la fiducia, per la sensibilità e per aver scelto di trasformare la gratitudine in una mobilitazione civile e volontaria.

    Cercherò di custodire questo gesto con umiltà, senza dimenticare che ogni riconoscimento autentico porta con sé una responsabilità: continuare a operare, ciascuno secondo le proprie possibilità, affinché la dignità umana, la solidarietà, il lavoro e il bene comune non siano soltanto principi da proclamare, ma valori da praticare ogni giorno.

    Con gratitudine sincera e con fiducia nelle persone, nella forza della solidarietà e nei valori della nostra Costituzione.

    Nicola Orlandi – Referente Generale (cittadino comune con qualche responsabilità di più).

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